Il bar delle speranze

“Pensa alla paura, decidi subito come affrontare la paura, perché la paura sarà il problema più importante della tua vita, te l’assicuro. La paura sarà il motore di ogni tuo successo, la radice di tutti i tuoi fallimenti, e il dilemma di tutte le storie che ti racconterai su te stesso. E qual è l’unica possibilità che hai di battere la paura? Andarle dietro. Non considerare la paura come il cattivo della storia. Pensala come la tua guida, il tuo pioniere, il tuo Natty Bumppo.” Tratto dal libro Il Bar delle grandi speranze J.R. Moehringer la definisce così la paura, una guida. La paura è necessaria, senza la paura, probabilmente la specie umana si sarebbe estinta, sopraffatta dal pericolo. Tristezza, angoscia, perfino panico, sono risposte emotive comprensibili.

Ed è a volte proprio quella paura (quando non prende il sopravvento) che ci indica la strada. Di fronte a quest’epidemia, la mia prima reazione è stata paura, paura di non conoscere il COVID 19, paura di non sapere... Studiare è stata la mia prima reazione, avevo fame del CORONAVIRUS, volevo comprendere i suoi effetti, i suoi micidiali effetti... Consapevole che non avrei (mai) potuto improvvisarmi infettivologa, pneumologa né (tanto meno) anestesista o rianimatrice, PRIMUM NON NOCERE- ci ha insegnato il padre della medicina- mi sarei almeno resa di aiuto prestando (semplice) manovalanza. Nel giro di poche ore è stato poi subito chiaro che l’epidemia Covid era una bomba ad orologeria e che la rivoluzione che stava generando (dalla paura dell’epidemia alle misure restrittive) avrebbe minato l’equilibrio anche delle menti più salde… La salute mentale doveva rimanere attiva, aperta, a disposizione di tutti i pazienti, quelli già in carico e di quelli che ne avrebbero avuto bisogno… E così sono rimasta ad occuparmi di ciò che sapevo fare, senza subire lo stress, vissuto da tanti miei colleghi, di improvvisarmi in un reparto che non mi competeva. (Evitando così -anche-di fare magari più danni del Covid) E’ forse stata questa consapevolezza che mi ha spinto a mettere nel mio lavoro ancora ancora più dedizione, scrupolo, passione, amore. Sentivo che se ero rimasta lì, nella “mia” UONPIA (Unità Operativa Neuro Psichiatria Infanzia Adolescenza) ad occuparmi dei miei pazienti, dovevo riversare ancora più amore, più attenzione, più pensiero del solito. Le urgenza psichiatriche, sono urgenze e in un modo o nell’altro le gestisci... Il Covid mi ha insegnato ad immaginare ciò che non vedevo, a prevenire, a cercare io pazienti, sentirli, premurarmi del loro stato di salute e a non attendere passivamente che arrivassero in ambulatorio (o addirittura in PS) in una fase di acuzie. Li ho pensati, cercati, chiamati ... E quel tempo di ascolto e di dolore condiviso, mi ha nutrito l’anima. Noi siamo quello che pensiamo. Le nostre reazioni emotive, e quindi il nostro stato di benessere o malessere, dipendono anche dalla nostra percezione e immaginazione.

Da Milano a Napoli nelle prime settimane, lo spavento e la paura iniziale, hanno scatenato una sorta di euforia...le finestre si sono aperte, spalancate. Ci si dava appuntamento sui balconi e alle finestre per cantare e suonare insieme, un urlo collettivo di speranza ma anche di consapevolezza e di forza per esorcizzare la paura e il dolore. Non eravamo abituati all’oscurità della solitudine, faceva paura, e c’era bisogno della luce dell’altro. Chi di noi non si è emozionato nell’ascoltare l’Inno di Mameli e quegli applausi lunghi e infiniti… Poi (in un modo o nell’altro) ci si è abituati Ci siamo uniformati alla sofferenza, alla malinconia, abbiamo riconvertito i suoni in silenzio, in quel silenzio assoluto che ci riporta ai suoni interni, all’ascolto più introspettivo. Sono musiche più sommesse, intime. Nel silenzio si trasmettono le emozioni, il rispetto, i dubbi ... E chissà magari sarà proprio quel silenzio a riportarci ad un rapporto migliore con noi stessi e con gli altri.

Mi piace pensare che, quando tutto sarà finito, avremo forse imparato (anche) a stare un po' meglio con noi stessi. E avremo scoperto che se mantenere la distanza è una punizione, la solidarietà può essere invece una risorsa.